5. AD GENTES: QUELLO CHE RICORDO IO
Testimonianza di Angela,
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Sono nata 1958, Via San Pasquale, Ponticelli. All'epoca la mia famiglia viveva nelle case di proprietà dei miei nonni in Via San Pasquale, rione Ponticelli.
la zona a quei tempi era tutta campagna. Per venire in città facevamo una via breve interpoderale in terra battuta detta la "cupicella", che dal latifondo dei miei nonni si snodava sopra la galleria ferroviaria – la linea Benevento-Foggia, inaugurata a fine Ottocento – e sfociava in Via Cupa Santa Lucia, proprio di fronte alla chiesa di Sant'Ilario che allora era chiamata "l'uort' di Cienz'" (l'orto di Vincenzo).
Altrimenti il giro sarebbe stato molto più lungo: dovevamo scendere fino al ponte di Ponticelli e risalire fino all'Arco di Traiano. Era tutta una strada diritta, ma pericolosa, quasi proibitiva per una bambina a piedi. Era trafficata da carri agricoli e da pesanti carri merci che facevano la spola con la vicina stazione e le aree industriali, senza marciapiedi né alcuna sicurezza.
Svoltando per la scorciatoia di Cupa Santa Lucia, proprio all'angolo c'era il posto dei profumi più cari al mondo: provenivano dal panificio di Albertina, che sfornava pane a tutte le ore. Era il punto di riferimento assoluto, il profumo inondava la strada. All'epoca il pane fresco, le focacce e i taralli caldi erano il cuore dell'economia del quartiere, dove diverse famiglie storiche di panificatori si tramandavano il mestiere di generazione in generazione.
Accanto c'era la salumeria di mastro Armando, che con la sua aria di esperto d'arte, serviva i suoi clienti con trattati sulle prelibatezze che vendeva, e subito dopo ,situata proprio all'inizio di Via San Pasquale, era lì lì da tempi immemori la taverna di Orazio, (ancora c'è). Il nome omaggia il celebre viaggio del poeta romano Orazio Flacco che, nel 37 a.C., si fermò a dormire e a cenare in una locanda di Benevento rischiando persino di andare a fuoco.
Negli anni della mia giovinezza, i mitici anni '60 e '70, quel locale era gestito dalla storica famiglia Palmieri, conosciuto da molti anche come la pizzeria di "Ciunnazzo". Era il posto dove i beneventani andavano a prendere le prime pizze da asporto, avvolte nella carta da pane.
Tra l'orto di Cienz', il profumo del forno di Albertina e il viavai della Taverna, quel pezzo di Benevento era un microcosmo pieno di vita, di sapori e di calore umano.
I miei ricordi più vivi della distruzione della città sono quelli dell'età prescolare.
Ricordo le catene messe a protezione dell'Arco di Traiano, le lambrette-taxi prese al ritorno dal mercato di Piazza Commestibili, l'andata a piedi per Piazza Roma e Rampa Montevergine piena di venditrici di uova e origano.
Mia madre diceva che al Duomo non si passava per le macerie. diceva: "scendiamo per le scalette larghe (rampa Montevergine) perché lì "abbascia a 'u squat'" (sotto al vescovato) ci sono montagne di pietre e travi bruciate da scavalcare".
Ricordo infatti che Piazza Duomo era spoglia. Svettava tra le macerie il campanile, integro, da solo. Ma c'erano ancora dei divieti di accesso intorno a tutto il complesso. Si diceva che stavano scavando sotto le macerie per trovare qualsiasi cosa potesse essere riconosciuta come materiale da salvare, anche piccola, soprattutto se di bronzo o di materiale che gli potesse rassomigliare.
Invece sul corso principale la vita era più agevole, nonostante ci fossero lavori di edilizia dovunque, cornicioni da rimuovere e rifare, finestre con battenti ancora traballanti da risistemare.
E ricordo i vespasiani a Piazza Pampiniano. Lì non c'era la stele egizio-romana, c'era solo l'ingresso al Seminario che faceva ridere me e la mia gemella quando i seminaristi uscivano con la talare e il saturno in testa, perhé sembravano dei folletti che si nascondevano sotto al fungo.
E ricordo, insieme, una gran puzza di urina.
Agli angoli dei palazzi, anche vicino agli angoli del Palazzo del Governo, erano stati installati dei manufatti di ferro battuto con punte superiori e inferiori. ce ne erano dovunque anche vicino agli angoli della facciata del Palazzo del Governo.
Erano dei deterrenti per quegli uomini che usavano fermarsi in quegli angoli a svuotare la vescica. E poi ricordo con gran ribrezzo le sputacchiere disseminate lungo le strade, come se fossero dei permessi a essere orridamente schifosi.
Le cose più belle del corso di allora erano la vertina delle Fabbriche Riunite.
Le vetrine illuminate, i profumi intensi di zucchero caramellato, mandorle tostate e cioccolato che inondavano il Corso, e le grandi confezioni colorate erano una vera e propria attrazione visiva io e mia sorella ci stavamo incollate per ore sognanti e immerse nel profumo di vaniglia e cannella. non avremmo mai smesso di guardarli con il naso all'insù, ma se mamma chiedeva se volessimo un dolcetto, sorridevamo e dicevamo no mamma sono più belli quelli che fai tu.
Il ricordo più doloroso: era fuori dalle chiese e ai mercati, lì seduti sui selciati, tanti uomini mutilati senza gamba, senza braccio, occhi bendati, tornati dalla guerra a chiedere un obolo.
Eravamo tutti poveri. avevamo poco o niente da dare ma mia madre si avvicinava sempre, anche senza nulla da dare, e loro la ringraziavano. Le chiedevo "Mamma che gli hai dato?" e lei: "La cosa più importante: l'attenzione, una parola di conforto e un sorriso di speranza.
Io, bambina, li vedevo, erano persone che erano state ridotte a diventare fantasmi di loro stessi, riflettevo su quello che mia madre diceva e non li ho più scordati.
Questa era Benevento dopo le bombe. Non solo pietre rotte.
eravamo Gente rotta.
AD GENTES: LA SCUOLA DEL NERO
Banchi neri con foro per inchiostro e solco per pennino, che si ribaltavano per tenere i libri perché non tutti avevano la cartella nera di cartone. Quaderni giallo paglierino con copertine nere. scuole chiuse in garage privati, senza finestre e senza riscaldamento. locali illuminati da due lampadine osram da 60 watt.
Andare a scuola era come andare a un funerale ogni giorno: grembiule nero, cartelle nere, quaderni neri, banchi neri, inchiostro nero.
Per fortuna la mia maestra Romilda Bartolini aveva un sorriso che colorava gli arcobaleni in quell'aula.
Angela De Blasio.
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